Da Prodi a Delors, gli europeisti che vogliono contenere Berlino. Parla Stuart Holland

E’ “improbabile” che la decisione della Commissione europea di avviare “un’indagine approfondita” sul surplus delle partite correnti della Germania, cioè l’eccesso di esportazioni rispetto alle importazioni, si riveli “efficace” nel mutare le dinamiche economiche del continente. Perciò i paesi più colpiti dalla crisi, “periferici” o “mediterranei” che li si voglia chiamare, smettano di gongolarsi segretamente; piuttosto riflettano su come coalizzarsi per correggere il corso della politica economica europea.
15 NOV 13
Ultimo aggiornamento: 03:41 | 18 AGO 20
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E’ “improbabile” che la decisione della Commissione europea di avviare “un’indagine approfondita” sul surplus delle partite correnti della Germania, cioè l’eccesso di esportazioni rispetto alle importazioni, si riveli “efficace” nel mutare le dinamiche economiche del continente. Perciò i paesi più colpiti dalla crisi, “periferici” o “mediterranei” che li si voglia chiamare, smettano di gongolarsi segretamente; piuttosto riflettano su come coalizzarsi per correggere il corso della politica economica europea. A parlare con il Foglio è Stuart Holland, docente inglese di Economia all’Università di Coimbra, in Portogallo, e già consigliere di Jacques Delors (presidente della Commissione Ue dal 1985 al 1995). Holland non nasconde comunque il significato politico del pressing crescente su Berlino, e per questo elogia le recenti uscite pubbliche di un altro ex presidente della Commissione Ue, Romano Prodi. L’ex presidente del Consiglio, intervenendo sul Messaggero e poi in interviste ad altri quotidiani, ha suggerito al governo italiano di “impostare un’azione finalmente forte nei confronti dell’Ue perché, pur mantenendo gli obblighi di bilancio, lo si debba fare favorendo la crescita e non la recessione”.
Secondo Prodi, “l’atteggiamento passivo dentro cui ci siamo rifugiati sperando che la saggezza della Banca centrale europea sia sufficiente a salvare tutti noi, è sbagliato”. Servirebbe “un progetto comune” di Italia, Spagna e Francia – “dovrebbero battere insieme i pugni sul tavolo”, ha tuonato in un’intervista al Quotidiano nazionale – per rivedere le politiche di austerity. Uno dei padri fondatori della moneta unica è davvero legittimato a chiedere oggi una totale inversione di marcia? “Prodi è sempre stato consapevole degli effetti fortemente deflazionistici che avrebbero avuto i criteri di Maastricht – dice Holland – Insieme al presidente francese, Jacques Chirac, alla metà degli anni 90, Prodi si fece infatti promotore della proposta di Delors di emettere bond comuni europei che avrebbero dovuto accompagnare la nascita della moneta unica, finanziando infrastrutture e progetti per la coesione sociale. Proposta che venne bloccata da Berlino”. Secondo Holland, comunque, oggi c’è ancora spazio “per avere più crescita senza la Germania”. L’obiettivo “fattibile”, secondo l’economista, è quello di “avviare una procedura di ‘cooperazione rafforzata’ per consentire al Fondo europeo d’investimenti (Fei) di emettere ‘euro bond’ che attraggano surplus finanziari dai fondi sovrani di tutto il mondo, per permettere all’istituzione sorella che è la Bei di finanziare progetti d’investimento e per istituire così un fondo di venture capital europeo”. Tale progetto, che in Italia piace anche a Giuliano Amato, “gode già oggi di un certo sostegno nel Parlamento europeo, e inoltre avrebbe il pregio di non dover passare per una lunga modifica dei Trattati europei”. Per avviare la “cooperazione rafforzata” e approfondire per questa via la costruzione europea, però, almeno nove stati devono partecipare all’iniziativa. “Se la richiesta di avviare tale procedura venisse dall’Italia o dalla Francia, non è escluso che possa arrivare poi il sostegno da parte della Spagna e anche del Regno Unito il cui ministro delle Finanze si è espresso a favore di interventi radicali e comuni per affrontare la crisi del debito. Altri stati più piccoli seguirebbero, e la maggioranza qualificata sarebbe raggiunta”. Holland ricorda che Valéry Giscard d’Estaing, presidente della Repubblica francese dal 1974 al 1981 e poi presidente della Convenzione europea nel 2002-2003, definì la “cooperazione rafforzata” come una mossa “di ultima istanza”, ma aggiunge: “In fondo Germania e Austria hanno attivato proprio questa procedura per far avanzare la loro proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie”.
Ammettiamo pure che questa coalizione dei volenterosi venga allo scoperto; il governo tedesco sostiene che non è affossando l’export della Germania che si puntellano le economie più deboli: “Non si tratta infatti di ridurre le loro esportazioni. Il punto è di sostenere la domanda interna a quel paese, anche attraverso investimenti con ricadute sociali, magari da finanziare con il meccanismo europeo che si verrà a costruire”. La Bundesbank, in queste ore, sostiene che la Germania ha già ridotto il suo squilibrio commerciale rispetto ai paesi dell’Eurozona. “A dire il vero la Germania dipende dal suo surplus commerciale con la periferia dell’Europa, altrimenti non riuscirebbe a compensare i suoi deficit della bilancia dei pagamenti con il resto del mondo – dice Holland – Nel 2012, come ha documentato l’economista Yanis Varoufakis, la Germania ha registrato un deficit commerciale di 27 miliardi di dollari con la Russia, la Libia e la Norvegia, soprattutto a causa delle importazioni di energia.
Ma Berlino aveva anche un deficit commerciale di quasi 5 miliardi di dollari con il Giappone e di quasi 12 miliardi con la Cina. Complessivamente il deficit tedesco con questi paesi era di oltre 43 miliardi. Allo stesso tempo, invece, il surplus della Germania rispetto alle nazioni europee in deficit – Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro e Irlanda – ha superato i 54 miliardi di euro, nonostante questi paesi abbiano visto crollare la loro domanda interna a causa della crisi”. Detto altrimenti: “Il surplus delle partite correnti con i paesi europei in deficit consente alla Germania di coprire i quattro quinti del suo deficit con Giappone, Cina, Norvegia, Russia e Libia. Se invece tutti questi paesi europei iniziassero a competere con le modalità richieste dal ministro delle Finanze tedesco uscente, Wolfgang Schäuble, riequilibrando la loro bilancia commerciale con Berlino, la Germania sarebbe in deficit con il resto del mondo”.
Secondo Holland, fautore di un “New deal europeo” e di un accantonamento dei criteri moralistici con cui parte dell’establishment tedesco valuta le scelte economiche, “politiche per una ripresa fondata sugli investimenti, senza bisogno di garanzie finanziarie nazionali o di trasferimenti fiscali tra stati, potrebbero guadagnare ampi consensi nell’opinione pubblica”. A patto, infine, di non confondere chiunque sia “scettico delle politiche attuali dell’Unione europea” con “un euroscettico o un populista”.